Stiamo guardando uno schema di impianto, fatto con CAD, nitido, preciso, una delle cinque campate servite dal carro ponte, Francesco collega ciascuna sezione ai video che abbiamo esaminato insieme, qui c’è quello, qua c’è questo, parte dalla terza sezione, dal basso verso l’alto, dove avviene una lavorazione effettuata da una macchina, il pezzo deve essere collocato con precisione millimetrica, altrimenti non solo la lavorazione genera difetto del pezzo lavorato, ma la macchina va letteralmente in pezzi… già successo, più di una volta, lezione imparata, ora non succede più.
Ma il prezzo da pagare è che il tempo di trasporto e settaggio del pezzo da lavorare è diventato molto lungo, il particolare attrezzo usato dal carroponte per traportare il semilavorato dalla postazione precedente alla terza sezione, che permette un settaggio finale di pochi secondi, impone un tempo molto molto lungo, il che ha un impatto fortissimo sul numero dei pezzi che è possibile lavorare per turno…
Così spiega Francesco, e vediamo che ha registrato il muda con questa dicitura: tempo di trasporto
Visti tanti, è uno spostamento prospettico del tutto normale, all’inizio, scartavetrarsi gli occhi e registrare solamente quel che si vede è facile a dirsi, una buona similitudine, provo: Francesco, ti chiedo di eliminare il tempo dalla tua registrazione, colonna m, casella 16…
Francesco ci guarda lievemente sorpreso, probabilmente non gli sembra una richiesta inaccettabile, vediamo che sposta il cursore nella direzione della cella … proseguo:
indicare il tempo, qui, rischia di confonderci le idee, il tempo non è importante, in questo momento non ci interessa, è solo un’ombra del muda… come lo sono i costi, ombre dei muda che abbiamo trovato. Rischia di indurci a occuparci del tempo, mentre per noi è chiaro che non importa quanto tempo ci mette, ora, è che è un muda di trasporto, il non valore resta finchè non lo eliminiamo.
Noi ora diamo la caccia ai muda, non seguiamo le loro ombre… lo so, ci vuole un po’ di allenamento, i vecchi software, buoni, ci dicono subito la loro, per questo ci viene da registrare “tempo di trasporto”, restiamo senza accorgercene in un perimetro mentale in cui non riusciamo nemmeno a concepire l’idea che lo si possa eliminare, mentre è esattamente quella la direzione verso cui possiamo e dobbiamo andare.
Attraverso miglioramenti, non raggiungeremo mai la condizione ideale dello zero muda di trasporto, lo sappiamo già, ma migliorare possiamo, sempre.
Tempi e costi servono, ma servono dopo che siamo riusciti a tenere al centro i muda e a non scordarceli mai: tempi e costi sono elaborazioni della nostra mente, noi non vediamo il tempo, e non vediamo nemmeno i costi. Muda al centro, chiari, puliti, netti, precisi, sempre.
Francesco annuisce, modifica la casella M16, trasporto, punto.
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Io non sono un insegnante, né con né senza la bacchetta, non insegno e non voglio insegnare nulla a nessuno… lo dico spesso, cerco di attenuare, ma non penso di aver risolto il mio muda di trasporto: nel mondo in cui sono ora non ci sono errori, non ci sono colpe… ci vuol poco a concludere che, beh, ma allora, non ci sono neanche le cose giuste, e neanche i meriti.
E questa conclusione, che per me è vera, anche a me fa paura. Resta la migliore chi trovato, sin qui.
Come riuscire a portare a Francesco, a porgere, ad aiutarlo nella mise en place del suo nuovo pezzo di software? Per me è ormai diventato “quasi” automatico, ma su questo automatismo tento, e mi sembra di riuscire, di esercitare un “controllo” continuo, voglio (non “devo”) essere consapevole del passo che sto facendo, anche se mi viene facile, dopo tanti anni di esercizio.
Ma ogni volta è nuova, ogni volta quello che è stato prima, centinaia di persone, di visi, migliaia di situazioni affrontate, non contano più, non servono più, non posso farci conto: chi ho davanti adesso è una forma unica e irripetibile della vita, simile a me e a tutti per la parte, diciamo, sistemica, una parte dei software sono simili, ma anche se plausibilmente minoritaria, la quota di software neurali diversi è quella che decide il successo o il fallimento.
So che chi ho davanti “funziona” utilizzando un software che in parte io non conosco, che non ha precedenti, e non si ripeterà dopo, e so che è proprio da come riesco a governare le interazioni e le iterazioni con questa quota di software originale e sconosciuto che dipende totalmente il successo o l’insuccesso del mio lavoro… e del lavoro del mio cliente, da cui, ancora tornando a me, dipende la mia sopravvivenza, e da cui, tornando al cliente, dipende il suo successo o l’insuccesso nell’ottenere ciò che desidera ottenere per sé, produttività, marginalità, continuità, sicurezza.
Come faccio per ottenere che Francesco riesca a guardare stabilmente, senza confondersi, senza perdere la presa, le cose-da-cambiare, mantenga limpido l’orizzonte impossibile dello zero muda, e non segua le “ombre” dei muda, gli effetti collaterali che generano nel flusso del processo che stiamo cercando di migliorare?
“Francesco, ti chiedo di eliminare il tempo dalla tua registrazione, colonna m, casella 16…”
In qualunque modo io la metta, qualunque cosa io dica o faccia, per il semplice “fatto” che è diversa da quella che, evidentemente, usa lui o lei, si pone come disconferma, suona come un non-va-bene, non-è-giusto/corretto/adeguato/appropriato… questo accade a tutti noi, sempre, e non c’è niente da fare, funzioniamo così.
Noi siamo sistemi, lo so, mi ripeto, anche questo è inevitabile, dotati di sofisticatissimi sistemi di controllo, dato che siamo “macchine sistemiche” estremamente complesse e sofisticate, abbiamo vitale bisogno che i nostri continui check diano luce verde, non solo cuore-fegato-polmoni-pancreas-muscoli-cervello, ma anche rete neurale, software di base, e software specializzati.
Che Francesco registri “tempi di trasporto” non è né colpa né errore, né giusto né sbagliato, è certamente il meglio che poteva fare quando lo ha fatto (ah sì, questo è un assoluto, è sempre vero, non adesso): quello che gli porgo gli dice che il suo software forse ha fatto cilecca.
Nel suo mondo, diciamo così, nel mondo normale, quello è errore, e se è errore, dato che lo ha fatto lui, allora ha sbagliato, se ha sbagliato non è stato all’altezza(è colpevole, è colpa sua), se non è stato all’altezza è in pericolo, possono mandarlo via: i software di controllo, che abbiamo tutti, basicamente, a fronte di un feedback negativo, attivano protezioni che possiamo chiamare standard, ce ne sono diverse, la più frequente è ignorarlo, elaborarlo come falso negativo, e tirare dritto.
La seconda è dimostrare che il feedback negativo è sbagliato, usualmente implica che anche chi fornisce feedback negativo è sbagliato, ciò che è sbagliato è una minaccia, meglio sbarazzarsene.
Mica lo facciamo apposta, questo è il funzionamento base di tutti… e come si “supera”?
Sì. lo so, ho dichiarato all’inizio quale attenuatore introduco il più presto possibile, non insegno niente a nessuno, non giudico niente e nessuno, magari mi ascolta e accoglie, magari non ci crede ed elabora seeee, eccone un altro: Francesco, di consulenti, ne ha visti passare decine nella sua vita, son cose che si dicono…
Anche se è la pura verità, niente di quello che indico a Francesco gli è nuovo, sa, letteralmente, sa tutto ciò che gli serve sapere, ha tutte le connessioni tra i pezzi che gli serve manipolare: quindi, tecnicamente, letteralmente, io non insegno proprio nulla.
Questo non significa che non faccio nulla, certo sono un elemento attivo di una trasformazione che altrimenti, molto probabilmente, non avverrebbe… sono pochi quelli che, in questo ambito, ce la fanno da soli, ne ho in mente un paio su centinaia.
Non ho dichiarato entro quale frame, quale cornice ho fatto quel che ho fatto, e nemmeno che cosa ho fatto (e, soprattutto, NON fatto) per costruire quella cornice entro cui interagiamo, la parte di cornice che dipende da me… e non lo dico di sicuro, è uno dei segreti più preziosi del mestiere che faccio, potrei dire segreto dell’arte, se mi reputassi un Maestro, e non mi piace affatto reputarmi tale.
Comunque il segreto me lo tengo… se lo è tenuto Taiichi Ohno per decenni, beh, penso proprio che lo imiterò.
Il valore si trova nel “prodotto” consegnato, e qui consegnato vuol dire che è stato accettato e viene usato, tutto quello che io faccio prima che realizzi questa condizione è muda, io sono muda per tutto il tempo in cui non sto elaborando con il mio cliente ciò che gli serve per il suo successo, lì è trasformazione, solo la trasformazione è valore, in genere tra l’1% e il 5% di qualunque processo produttivo, misurato in tempo, se volete.
E niente garantisce che la “lavorazione” riesca senza produrre muda di difetto, ogni volta è un esperimento, da costruire insieme e poi… beh il resto, probabilmente, lo sapete. E se non lo sapete, sapete come trovarmi.

