La prima cosa contro cui sbattiamo regolarmente il naso, all’inizio del nostro lavoro dedicato al Continuous Improvement è il riscontro, il feedback immancabile delle persone con cui abbiamo a che fare del Sistema Cliente: tutte, senza eccezione, dopo aver dichiarato grande apprezzamento del metodo e dei “saggi” di risultato che hanno ottenuto, dei campioni del “prodotto”, o prima di mettere la firma sul contratto di incarico, o dopo averla averla messa, a volte dopo aver guardato l’agenda, più spesso senza neanche guardarla, sbottano in una delle non poche varianti del “eh, ma non ho tempo”.
Il nostro metodo prevede il ricorso a brevi sessioni online (no, niente chatAI, c’è uno di noi, dall’altra parte del monitor, in carne e ossa)puntiamo ai 20 minuti… sessioni brevi e ravvicinate, a volte anche 5 alla settimana.. eh? ah no, non all’inizio, all’inizio è cara grazia se riusciamo a svolgerne due.
Perbacco, sono 20minutiventi, come fai a sostenere che nell’arco della giornata non trovi venti minuti (tra l’altro, in genere pagati dalla azienda eh, mica li paghi tu) per fare un passo sostenibile per generare un miglioramento!
Noi abbiamo, in genere, a che fare con persone estremamente serie e responsabili, adulti pieni, di buone, se non ottime, capacità, persone che, di default, certamente non perdono il loro tempo… con il risultato, più frequente di quanto non si crederebbe, che spendiamo con loro 20 minuti, e anche di più, in cui ci spiegano per filo e per segno perché non hanno 20 minuti per il miglioramento continuo.
Formidabile.
A me ‘sta cosa non va giù, non ce la faccio. Almeno vorrei sapere quale è, dove sta il problema, come è fatto: non che io non sappia che sapere, conoscere bene quale è il problema, non necessariamente ti dà la soluzione, le due cose sono correlate, non causalmente concatenate.
A volte il problema lo risolvi anche sapendo poco o nulla del problema stesso, a parte il fatto che quella cosa lì dà un po’ fastidio ed è meglio, stiamo meglio se la togliamo di mezzo… che poi la soluzione trovata possa generare (e spesso generi) a sua volta un nuovo problema, beh, questo è dopo, resta da vedersi.
E a volte l’indagine più seria e minuziosa porta alla conclusione sconsolata: non c’è niente da fare, il problema non si può risolvere… non che non sappia, che, per definizione, se un problema non ha una soluzione allora non è un problema, non qui e adesso: qui e adesso è un vicolo a cui non riusciamo a sottrarci, magari in futuro, non adesso. Magari possiamo attenuarlo, in genere questo è possibile.
Allo stato attuale, i miei riscontri convergono sulla tendenziale non-risolvibilità iniziale, inizialmente è proprio un muro, in favore di alcune possibilità di attenuazione.
Naturalmente il tempo non c’entra nulla, questo è chiaro e pacifico, palmare, cristallino, lo sappiamo già, lo sanno tutti… anche se questo sapere è, prevalentemente, per così dire, di comune senso… come è di comune senso, più o meno ridacchiando sotto i baffi (metaforicamente), darsi l’aria di sapere invece di che si tratta.
Se il tempo non c’entra, allora di che si tratta? Nel vernacolo della mia terra natia, le risposte sono due, voja e b’sogn, voglia e bisogno, due classi di fenomeni distinte, estremamente popolari.
Tra le ultime sentite, più articolate ed evolute, c’è sicuramente Priorità: la questione è rilevante, è importante, la soluzione è buona, più che buona, ci sono altre priorità. Non difficile scorgere in questo termine una lettura assai più sofisticata di quella che i termini popolari di “voglia” e “bisogno” riescono a porgere. Apprezzabile e generalmente apprezzata.
Il risultato non cambia.
E mi viene un po’ da ridere, tra me e me, in buona misura è stata la stessa prima reazione che ho avuto all’inizio, molto tempo fa, e che ho anche ora quando mi imbatto in qualcosa che so che sarebbe meglio me ne occupassi per migliorarla in modo strutturato, scientifico, dall’inizio alla fine.
Ebbene, ho altre priorità anch’io, mica tutte le voglie me le posso cavare, mica tutti i bisogni li posso soddisfare, non tutti in una volta, devo andare secondo priorità, come tutti, no?
In questo momento, tra l’altro, dovrei occuparmi d’altro, di task di priorità più elevata, ed il fatto di dedicare tempo a questo task mi dà un po’ di fastidio: unico vantaggio di questa condizione è, secondo me, di poter rendere testimonianza diretta di una profonda e vissuta condivisione del problema.
È davvero un problema? In scienza e coscienza sì, lo è.
Dicendo voglia, bisogno, priorità abbiamo solo sfiorato la superficie, il nodo è parecchio più complesso e arduo da risolvere: non credo di riuscire a risolverlo nello spazio di questo articolo, spero di riuscire ad aiutare ad avviarlo a soluzione, vedremo tra poco.
Proviamo a muoverci in direzione della radice, l’altra direzione è meno promettente, ci troveremmo ad avere a che fare con la cultura, le consuetudini, le abitudini, le regole del vivere civile, le tradizioni, l’innovazione, insomma con materiali assai scivolosi da maneggiare senza le necessarie precauzioni ed avvertenze.
Andare verso la radice è meno rischioso, ci muoviamo nella direzione del gemba, della osservazione dei processi reali: una cosa reale da considerare, da osservare, ce l’abbiamo, anche se questa è una specie di “conversazione asincrona”, il “fatto” da osservare è che ora stai leggendo, qui e ora c’è una “macchina biologica” viva e capace di leggere, quella macchina sei proprio, certamente, assolutamente tu.
Nel momento in cui tu leggi io potrei certamente essere già morto, quello che leggi potrebbe essere la traduzione grafica di un messaggio registrato che ti è arrivato tra le mani e che “hai deciso” di leggere, e questo è un secondo fatto, non osservabile, ma inferibile, congetturabile, frutto di una ipotesi falsificabile… sì, posso metterla giù parecchio dura, ma me ne guarderò bene.
Che c’entra questo? Il fatto che tu sia una macchina biologica vivente, una creatura viva, qui e ora, è indubitabile, fermo e certo. I kaizenisti, da questo punto di partenza, andrebbero a cercare tutt’altro, noi invece cerchiamo di dirci, nel modo più sintetico e veritiero possibile, come mai sei ancora in vita.
Ah sì, lo so, potremmo impiegare ore a descriverci tutto quello che è correlato al nostro riscontro osservazionale, non abbiamo tempo (eh eh), provo a indicarti la strada e a farne con te un pezzetto: sei ancora in vita perché tu (la tua macchina biologica) hai preso decisioni e hai agito sin qui in modo da riuscire a restare in vita.
Ci resta poco tempo, corrispondente a 800 parole circa, come è stato possibile che tu abbia preso quelle decisioni salvifiche e compiuto quelle azioni che ti hanno salvato (sin qui) la vita?
Come prima, anche qui taglio corto: disponi di una rete neurale, la CPU della macchina biologica, disponi di tanti programmi, di tante app, di software neurali che utilizzi per prendere decisioni, per formulare giudizi, e guidare le azioni che compi, questo ti permette di governare finemente l’interazione con il tuo ambiente e sopravvivere, continuare a vivere.
Il fatto che tu abbia avuto successo è provato, oltre ogni ragionevole dubbio, dal fatto osservabile che sei, qui e ora, una creatura vivente: questo prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le tue app, i tuoi software neurali, sono stati, sin qui, efficaci, hanno funzionato bene.
Avrebbe potuto non andare come è andata? Certamente sì, ovviamente sì, ma non è stato così.
I tuoi software neurali si sono rivelati affidabili, “buoni”, efficaci, sicuri, almeno dal punto di vista del riscontro più importante di tutti, qui e ora sei una creatura vivente…. Ah sì, mica ci dimentichiamo del resto, gli altri, i soldi, la popolarità, gli affetti, le relazioni, uhh, c’è un sacco di altra roba, e magari per te la situazione è favorevole anche sotto questi altri importanti aspetti.
Ma basterebbe il primo, gli altri aumentano la forza con cui, più che comprensibilmente, legittimamente, umanamente, proteggi i tuoi buoni software neurali, come tutte le macchine biologiche, tutte le creature viventi fanno.
Sarebbe totalmente insensato non farlo. Alcuni chiamano questo “resistenza al cambiamento”, beh, li detesto, questa è protezione della vita, né più, né meno.
E poi ti arriva qualcuno che ti propone un bel programma di miglioramento continuo, nientemeno microKaizen, suona mica male, vantaggi di qua, vantaggi di là, bello no?
Tu, la tua macchina biologica sa immediatamente che qui c’è un pericolo, un rischio: insomma, del miglioramento continuo della tua vita te ne occupi tutti i giorni, per tutto il tempo, questo è solo un modo per descrivere gli effetti della “spinta alla vita” che tutte le creature viventi, dal virus al homo sapiens subiscono per tutto il loro tempo, lo sappiano o no, lo vogliano o no.
E dato che qui e ora sei una creatura vivente grazie ai tuoi software neurali, quelli che hai già, vabbé, magari ci pensiamo, se abbiamo tempo (eh eh)… e se poi hai avuto anche altre forme e prove di successo (sempre grazie ai software neurali cha hai già), essì, meglio pensarci bene bene, sempre che abbiamo tempo, la vita scorre veloce, siamo sempre in mezzo a tanta di quella roba da fare che metà basta e avanza.
Sono abbastanza sicuro che tutto questo tu non lo hai già pensato, è roba da specialisti-specialisti, anche gli specialisti-una-volta funzionano così, non lo sanno, ma funzionano così…. oh sì, anch’io, specialista-specialista-due-volte funziono così, con la sola piccola differenza che me ne accorgo e so dare un nome e una ragione a quello che succede alla mia macchina biologica, insomma a me.
Questo cambia qualcosa, per te?
Non posso saperlo, io non sono qui, e anche se ci fossi probabilmente non lo saprei lo stesso.
Posso solo dirti che, senza cambiare le priorità, mantenendo inizialmente (poi aumenta) l’attuale produttività, senza ricorrere all’extra-time, il tempo per occuparsi del miglioramento continuo con noi, non sorprendentemente, con il nostro aiuto, salta fuori.
E suggerirti un paio cose, la prima è che non è mai questione di avere o non avere tempo, proprio mai, la seconda è che vale la pena non correre troppo velocemente: vero, i tuoi software neurali si sono dimostrati buoni software, fin qui, puoi aumentare il tuo grado di soddisfazione e trarre beneficio dal miglioramento dei tuoi software e dei software di coloro con cui lavori.
Ah no, prima che tu lo chieda, non si tratta affatto di “time management”, ma di acquisire rapidamente una maggiore abilità di toglierti dai piedi ciò che non ha valore… un piccolo upgrade del software, niente di più.

