Trovati 500.000 euro… e adesso?

È un bel mezzogiorno, ha smesso di piovere, addirittura la luce del sole, venerdì, Jubal sembra non sapere se ridere o preoccuparsi, condivide una schermata di excel, tabelle di riepiloghi di numero pezzi per turno, tempi attuali, tempi target, diverso uso delle macchine “ mi ci sono messo ieri sera, non resistevo, queste sono tabelle semplificate, i numeri sono estratti da altri 5 fogli… no non ho fatto tutti i compiti, manca il video della fase di lavorazione della prima campata, i numeri non li ho rilevati sul posto, non ancora, questi li ho fatti sputare dal cnc… sì, poi faccio il video, ma ora, gente, qui c’è che… insomma, facendo così taglio i tempi e faccio il doppio… vuol dire mezzo milione di euro all’anno, di margine netto, senza spendere un soldo in più, la nuova attrezzatura me la costruisco con quel che risparmio non usando quella attuale, che andrà a fare altro da un’altra parte…”
Beh, gente, per me è la prima volta che dopo una decina di microLAB il Protagonista “scopre” un tesoretto di questa dimensione così presto, lì per lì non sono neanche sicuro di aver capito bene… ma perché non sa se ridere o preoccuparsi?

La macchina, la mia macchina, ha bisogno del suo tempo per mettere insieme i pezzi, e proprio non mi aspettavo, dal microciclo precedente, una roba del genere… gli accordi erano “realtà verificata bene (gemba, video) contro  costo standard di UN costo standard…”

Probabilmente al posto di Jubal avrei fatto lo stesso, spalla o non spalla, voglio avere un’idea, approssimativa, di dove vado a finire… sì, penso che neanche io avrei resistito, nonostante io sappia perfettamente, per averlo più volte sperimentato, che excel ti dice quello che vuoi sentirti dire, se lo interroghi abbastanza a lungo e con determinazione… e al posto di Jubal avrei proprio tanto voluto sentirmi dire sì, bravo!, eureka! Ce l’hai fatta!

Jubal sembra simultaneamente felice e preoccupato… Stefano procede cauto, non si sposta (e capisco il perché, se la fonte è excel il rischio è che ascoltiamo la Sibilla Cumana, ibis redibis non perieris in bello, questione di virgole, esattamente come excel) dal tenere puntata l’attenzione sulla sorgente dei dati e delle informazioni… come abbiamo verificato l’esistenza del gap tra costi standard e costi reali? Pensandoci o andando a vedere, là dove le cose succedono nella realtà, nell’ambiente reale?

Stefano ne ha viste molte più di me, si allarma (ed è esattamente ciò che va fatto) quando perdiamo il contatto reale, diretto, fisico, con l’ambiente reale… come sistemici sappiamo che gli ambienti virtuali (quello che c’è nella nostra mente) vanno tenuti il più vicino possibile, fisicamente, agli ambienti reali, pensare-facendo e fare-pensando, per non perderci nelle infinite possibilità combinatorie che la nostra meravigliosa mente può generare… di queste poche, pochissime, sono buone, e solo tenersi stretti agli ambienti reali aiuta a non perdersi.

E no, mica basta essere fisicamente sul pezzo,  ci siamo passati tutti, siamo capacissimi di essere presenti, fisicamente, in un posto, e, simultaneamente, di non essere affatto lì, di seguire, come si dice comunemente, il filo dei nostri pensieri… il video è spietato, lui non ci viene dietro, start, riprendi, e lui guarda solo quel che si può vedere mentre noi possiamo andare, virtualmente, dovunque.

Una specie di dispositivo di sicurezza insomma…

Ma che diavolo preoccupa il nostro Jubal? Dovrebbe essere contento come una pasqua, ma non ha la faccia di uno contento come una pasqua, che cosa gli ronza in capo?

Abbiamo solo quindici minuti, ci abbiamo messo un po’, ma siamo diventati bravini, sforiamo di rado e di poco, convergiamo sul next step, in vista del prossimo microciclo, bene per le proiezioni incoraggianti, vedremo, lo step resta quello: realtà verificata bene (video!) contro  costo standard di UN costo standard…

Jubal sembra curiosamente rincuorato, vedremo di far emergere che cosa lo ha angustiato e di trovare una buona soluzione, per ora facciamo questo step, ciao, buon weekend, ci vediamo lunedì…

***

Un motivo ce lo ha già indicato poco tempo fa, questa è tra le linee di produzione dedicate ad uno dei prodotti di punta… non sta andando male, e, banalmente, squadra che vince non si cambia, no?

Sembra che Jubal abbia in mente che non sarà poi così facile “convincere” il grande capo ad approvare il piano di miglioramento, anche se mezzo milione di euro di margine netto dovrebbero proprio eccitarlo, è un risultatone… sì, vabbè, bisogna far bene i compiti, preparare dati ed evidenze, costi reali vs costi standard, nuovo assetto del ciclo produttivo, saving, nuova marginalità…

Jubal ha a suo tempo informato il suo capo del fatto che si stava occupando di una idea di miglioramento, con il nostro supporto, ma il suo capo non è stato coinvolto in tutti i passi che abbiamo fatto, ha dato volentieri la sua approvazione: come riuscire a fargli capire bene che cosa Jubal può realizzare? Bisognerà occuparsene…

È anche possibile che noi stessi, microsistemici, diventiamo parte del problema, e non della soluzione: in quella azienda hanno fatto e fanno di tutto, kaizen, six-sigma, WCM, Lean, adesso arriviamo anche noi, con un metodo completamente diverso, ci mancava solo questa… è certamente possibile che incontriamo “resistenze” opposte dalle altre parrocchie, come ce la caviamo?

Non è questione di invidia, detta in modo “comune” (lasciamo da parte la sistemica, per un momento) è che non è facile accettare che sin qui si è fatto in un modo che non ha generato quella marginalità, c’è il rischio che qualcuno tema di perdere la faccia, di perdere credibilità… prendimi la borsa, prima non era mia, ora è mia, dopo non sarà più mia, ma non portarmi via il nome, la mia onorabilità: questo non fa te ricco, e rende me poverissimo.

Non dovrebbe essere così, naturalmente, il miglioramento sistemico ha bisogno di un contesto no-blame, dove nulla di ciò che si è fatto (o non fatto, è anche questo un fare) viene usato per screditare, l’attenzione costante al processo reale, cose-azioni-persone, al miglioramento continuo, è al sicuro nella cornice del riconoscimento che ciascuno non può che aver fatto del suo meglio, non può fare altro che del proprio meglio: e tutti partiamo da questo per migliorare e continuare a migliorare.

E poi, per noi, c’è il rischio più grande, il rischio che questo lavoro venga scambiato per quello che non è e non deve essere: noi non facciamo cost cutting, cost reducing, cost saving, ottimizzazione di processo, non serve, non è abbastanza, quelle sono solo ombre, effetti collaterali.

Con tutto il rispetto, è paccottaglia, similoro luccicante che seduce e distrae dal focus che va mantenuto costante sulla ricerca, sul gemba, di valore e non-valore, basando solo su quello ogni nostra iniziativa di miglioramento, e sul costruire, ogni giorno, rapporti spalla-protagonista tra chi lavora insieme.

Jubal ha fatto i primi passi anche su questo, condividendo con i suoi collaboratori alcuni pezzi del lavoro che sta facendo con noi, non ci ha raccontato molto di come e che cosa ha fatto, ma quel po’ che ha raccontato lo ha raccontato ridendo soddisfatto…

Il colpaccio da mezzo milione rischia di oscurare quello che ha maggior valore non solo per Jubal e il suo capo, ma per tutta l’azienda: sì, è il metodo, è questo che va protetto e diffuso e sostenuto, è questo che ha il valore maggiore, è questo che permette alla macchina organizzativa, al sistema organizzativo, di migliorare, ogni giorno, produttività e marginalità.

Non che Jubal ci abbia contagiati, ma anche noi siamo simultaneamente contenti, perbacco, è proprio un bel colpo, e preoccupati di come andrà a finire… quasi quasi era meglio non trovarli, i 500.000 euro…

Il tempo nel miglioramento

Stiamo guardando uno schema di impianto, fatto con CAD, nitido, preciso, una delle cinque campate servite dal carro ponte, Francesco collega ciascuna sezione ai video che abbiamo esaminato insieme, qui c’è quello, qua c’è questo, parte dalla terza sezione, dal basso verso l’alto, dove avviene una lavorazione effettuata da una macchina, il pezzo deve essere collocato con precisione millimetrica, altrimenti non solo la lavorazione genera difetto del pezzo lavorato, ma la macchina va letteralmente in pezzi… già successo, più di una volta, lezione imparata, ora non succede più.

Ma il prezzo da pagare è che il tempo di trasporto e settaggio del pezzo da lavorare è diventato molto lungo, il particolare attrezzo usato dal carroponte per traportare il semilavorato dalla postazione precedente alla terza sezione, che permette un settaggio finale di pochi secondi, impone un tempo molto molto lungo, il che ha un impatto fortissimo sul numero dei pezzi che è possibile lavorare per turno…

Così spiega Francesco, e vediamo che ha registrato il muda con questa dicitura: tempo di trasporto

Visti tanti, è uno spostamento prospettico del tutto normale, all’inizio, scartavetrarsi gli occhi e registrare solamente quel che si vede è facile a dirsi, una buona similitudine, provo: Francesco, ti chiedo di eliminare il tempo dalla tua registrazione, colonna m, casella 16…

Francesco ci guarda lievemente sorpreso, probabilmente non gli sembra una richiesta inaccettabile, vediamo che sposta il cursore nella direzione della cella … proseguo:

indicare il tempo, qui, rischia di confonderci le idee, il tempo non è importante, in questo momento non ci interessa, è solo un’ombra del muda… come lo sono i costi, ombre dei muda che abbiamo trovato. Rischia di indurci a occuparci del tempo, mentre per noi è chiaro che non importa quanto tempo ci mette, ora, è che è un muda di trasporto, il non valore resta finchè non lo eliminiamo.

Noi ora diamo la caccia ai muda, non seguiamo le loro ombre… lo so, ci vuole un po’ di allenamento, i vecchi software, buoni, ci dicono subito la loro, per questo ci viene  da registrare “tempo di trasporto”, restiamo senza accorgercene in un perimetro mentale in cui non riusciamo nemmeno a concepire l’idea che lo si possa eliminare, mentre è esattamente quella la direzione verso cui possiamo e dobbiamo andare.

Attraverso miglioramenti, non raggiungeremo mai la condizione ideale dello zero muda di trasporto, lo sappiamo già, ma migliorare possiamo, sempre.

Tempi e costi servono, ma servono dopo che siamo riusciti a tenere al centro i muda e a non scordarceli mai: tempi e costi sono elaborazioni della nostra mente, noi non vediamo il tempo, e non vediamo nemmeno i costi. Muda al centro, chiari, puliti, netti, precisi, sempre.

Francesco annuisce, modifica la casella M16, trasporto, punto.

***

Io non sono un insegnante, né con né senza la bacchetta, non insegno e non voglio insegnare nulla a nessuno… lo dico spesso, cerco di attenuare, ma non penso di aver risolto il mio muda di trasporto: nel mondo in cui sono ora non ci sono errori, non ci sono colpe… ci vuol poco a concludere che, beh, ma allora, non ci sono neanche le cose giuste, e neanche i meriti.

E questa conclusione, che per me è vera, anche a me fa paura. Resta la migliore chi trovato, sin qui.

Come riuscire a portare a Francesco, a porgere, ad aiutarlo nella mise en place del suo nuovo pezzo di software? Per me è ormai diventato “quasi” automatico, ma su questo automatismo tento,  e mi sembra di riuscire, di esercitare un “controllo” continuo, voglio (non “devo”) essere consapevole del passo che sto facendo, anche se mi viene facile, dopo tanti anni di esercizio.

Ma ogni volta è nuova, ogni volta quello che è stato prima, centinaia di persone, di visi, migliaia di situazioni affrontate, non contano più, non servono più, non posso farci conto: chi ho davanti adesso è una forma unica e irripetibile della vita, simile a me e a tutti per la parte, diciamo, sistemica, una parte dei software sono simili, ma anche se plausibilmente minoritaria, la quota di software neurali diversi è quella che decide il successo o il fallimento.

So che chi ho davanti “funziona” utilizzando un software che in parte io non conosco, che non ha precedenti, e non si ripeterà dopo, e so che è proprio da come riesco a governare le interazioni e le iterazioni con questa quota di software originale e sconosciuto che dipende totalmente il successo o l’insuccesso del mio lavoro… e del lavoro del mio cliente, da cui, ancora tornando a me, dipende la mia sopravvivenza, e da cui, tornando al cliente, dipende il suo successo o l’insuccesso nell’ottenere ciò che desidera ottenere per sé, produttività, marginalità, continuità, sicurezza.

Come faccio per ottenere che Francesco riesca a guardare stabilmente, senza confondersi, senza perdere la presa, le cose-da-cambiare, mantenga limpido l’orizzonte impossibile dello zero muda,  e non segua le “ombre” dei muda, gli effetti collaterali che generano nel flusso del processo che stiamo cercando di migliorare?

“Francesco, ti chiedo di eliminare il tempo dalla tua registrazione, colonna m, casella 16…”

In qualunque modo io la metta, qualunque cosa io dica o faccia, per il semplice “fatto” che è diversa da quella che, evidentemente, usa lui o lei, si pone come disconferma, suona come un non-va-bene, non-è-giusto/corretto/adeguato/appropriato… questo accade a tutti noi, sempre, e non c’è niente da fare, funzioniamo così.

Noi siamo sistemi, lo so, mi ripeto, anche questo è inevitabile, dotati di sofisticatissimi sistemi di controllo, dato che siamo “macchine sistemiche” estremamente complesse e sofisticate, abbiamo vitale bisogno che i nostri continui check diano luce verde, non solo cuore-fegato-polmoni-pancreas-muscoli-cervello, ma anche rete neurale, software di base, e software specializzati.

Che Francesco registri “tempi di trasporto” non è né colpa né errore, né giusto né sbagliato, è certamente il meglio che poteva fare quando lo ha fatto (ah sì, questo è un assoluto, è sempre vero, non adesso): quello che gli porgo gli dice che il suo software forse ha fatto cilecca.

Nel suo mondo, diciamo così, nel mondo normale, quello è errore, e se è errore, dato che lo ha fatto lui, allora ha sbagliato, se ha sbagliato non è stato all’altezza(è colpevole, è colpa sua), se non è stato all’altezza è in pericolo, possono mandarlo via: i software di controllo, che abbiamo tutti, basicamente, a fronte di un feedback negativo, attivano protezioni che possiamo chiamare standard, ce ne sono diverse, la più frequente è ignorarlo, elaborarlo come falso negativo, e tirare dritto.

La seconda è dimostrare che il feedback negativo è sbagliato, usualmente implica che anche chi fornisce feedback negativo è sbagliato, ciò che è sbagliato è una minaccia, meglio sbarazzarsene.

Mica lo facciamo apposta, questo è il funzionamento base di tutti… e come si “supera”?

Sì. lo so, ho dichiarato all’inizio quale attenuatore introduco il più presto possibile, non insegno niente a nessuno, non giudico niente e nessuno, magari mi ascolta e accoglie, magari non ci crede ed elabora seeee, eccone un altro: Francesco, di consulenti, ne ha visti passare decine nella sua vita, son cose che si dicono…

Anche se è la pura verità, niente di quello che indico a Francesco gli è nuovo, sa, letteralmente, sa tutto ciò che gli serve sapere, ha tutte le connessioni tra i pezzi che gli serve manipolare: quindi, tecnicamente, letteralmente, io non insegno proprio nulla.

Questo non significa che non faccio nulla, certo sono un elemento attivo di una trasformazione che altrimenti, molto probabilmente, non avverrebbe… sono pochi quelli che, in questo ambito, ce la fanno da soli, ne ho in mente un paio su centinaia.

Non ho dichiarato entro quale frame, quale cornice ho fatto quel che ho fatto, e nemmeno che cosa ho fatto (e, soprattutto, NON fatto) per costruire quella cornice entro cui interagiamo, la parte di cornice che dipende da me… e non lo dico di sicuro, è uno dei segreti più preziosi del mestiere che faccio, potrei dire segreto dell’arte, se mi reputassi un Maestro, e non mi piace affatto reputarmi tale.

Comunque il segreto me lo tengo…  se lo è tenuto Taiichi Ohno per decenni, beh, penso proprio che lo imiterò.

Il valore si trova nel “prodotto” consegnato, e qui consegnato vuol dire che è stato accettato e viene usato, tutto quello che io faccio prima che realizzi questa condizione è muda, io sono muda per tutto il tempo in cui non sto elaborando con il mio cliente ciò che gli serve per il suo successo, lì è trasformazione, solo la trasformazione è valore, in genere tra l’1% e il 5% di qualunque processo produttivo, misurato in tempo, se volete.

E niente garantisce che la “lavorazione” riesca senza produrre muda di difetto, ogni volta è un esperimento, da costruire insieme e poi… beh il resto, probabilmente, lo sapete. E se non lo sapete, sapete come trovarmi.

Il tempo del miglioramento (continuo)

La prima cosa contro cui sbattiamo regolarmente il naso, all’inizio del nostro lavoro dedicato al Continuous Improvement è il riscontro, il feedback immancabile delle persone con cui abbiamo a che fare del Sistema Cliente: tutte, senza eccezione, dopo aver dichiarato grande apprezzamento del metodo e dei “saggi” di risultato che hanno ottenuto, dei campioni del “prodotto”, o prima di mettere la firma sul contratto di incarico, o dopo averla averla messa, a volte dopo aver guardato l’agenda, più spesso senza neanche guardarla, sbottano in una delle non poche varianti del “eh, ma non ho tempo”.

Il nostro metodo prevede il ricorso a brevi sessioni online (no, niente chatAI, c’è uno di noi, dall’altra parte  del monitor, in carne e ossa)puntiamo ai 20 minuti… sessioni brevi e ravvicinate, a volte anche 5 alla settimana.. eh? ah no, non all’inizio, all’inizio è cara grazia se riusciamo a svolgerne due.

Perbacco, sono 20minutiventi, come fai a sostenere che nell’arco della giornata non trovi venti minuti (tra l’altro, in genere pagati dalla azienda eh, mica li paghi tu) per fare un passo sostenibile per generare un miglioramento!

Noi abbiamo, in genere, a che fare con persone estremamente serie e responsabili, adulti pieni, di buone, se non ottime, capacità, persone che, di default, certamente non perdono il loro tempo… con il risultato, più frequente di quanto non si crederebbe, che spendiamo con loro 20 minuti, e anche di più, in cui ci spiegano per filo e per segno perché non hanno 20 minuti per il miglioramento continuo.

Formidabile.

A me ‘sta cosa non va giù, non ce la faccio. Almeno vorrei sapere quale è, dove sta il problema, come è fatto: non che io non sappia che sapere, conoscere bene quale è il problema, non necessariamente ti dà la soluzione, le due cose sono correlate, non causalmente concatenate.

A volte il problema lo risolvi anche sapendo poco o nulla del problema stesso, a parte il fatto che quella cosa lì dà un po’ fastidio ed è meglio, stiamo meglio se la togliamo di mezzo… che poi la soluzione trovata possa generare (e spesso generi) a sua volta un nuovo problema, beh, questo è dopo, resta da vedersi.

E a volte l’indagine più seria e minuziosa porta alla conclusione sconsolata: non c’è niente da fare, il problema non si può risolvere… non che non sappia, che, per definizione, se un problema non ha una soluzione allora non è un problema, non qui e adesso: qui e adesso è un vicolo a cui non riusciamo a sottrarci, magari in futuro, non adesso. Magari possiamo attenuarlo, in genere questo è possibile.

Allo stato attuale, i miei riscontri convergono sulla tendenziale non-risolvibilità iniziale, inizialmente è proprio un muro, in favore di alcune possibilità di attenuazione.

Naturalmente il tempo non c’entra nulla, questo è chiaro e pacifico, palmare, cristallino, lo sappiamo già, lo sanno tutti… anche se questo sapere è, prevalentemente, per così dire, di comune senso… come è di comune senso, più o meno ridacchiando sotto i baffi (metaforicamente), darsi l’aria di sapere invece di che si tratta.

Se il tempo non c’entra, allora di che si tratta? Nel vernacolo della mia terra natia, le risposte sono due, voja e b’sogn, voglia e bisogno, due classi di fenomeni distinte, estremamente popolari.

Tra le ultime sentite, più articolate ed evolute, c’è sicuramente Priorità: la questione è rilevante, è importante, la soluzione è buona, più che buona, ci sono altre priorità. Non difficile scorgere in questo termine una lettura assai più sofisticata di quella che i termini popolari di “voglia” e “bisogno” riescono a porgere. Apprezzabile e generalmente apprezzata.

Il risultato non cambia.

E mi viene un po’ da ridere, tra me e me, in buona misura è stata la stessa prima reazione che ho avuto all’inizio, molto tempo fa, e che ho anche ora quando mi imbatto in qualcosa che so che sarebbe meglio me ne occupassi per migliorarla in modo strutturato, scientifico, dall’inizio alla fine.

Ebbene, ho altre priorità anch’io, mica tutte le voglie me le posso cavare, mica tutti i bisogni li posso soddisfare, non tutti in una volta, devo andare secondo priorità, come tutti, no?

In questo momento, tra l’altro, dovrei occuparmi d’altro, di task di priorità più elevata, ed il fatto di dedicare tempo a questo task mi dà un po’ di fastidio: unico vantaggio di questa condizione è, secondo me, di poter rendere testimonianza diretta di una profonda e vissuta condivisione del problema.

È davvero un problema? In scienza e coscienza sì, lo è.

Dicendo voglia, bisogno, priorità abbiamo solo sfiorato la superficie, il nodo è parecchio più complesso e arduo da risolvere: non credo di riuscire a risolverlo nello spazio di questo articolo, spero di riuscire ad aiutare ad avviarlo a soluzione, vedremo tra poco.

Proviamo a muoverci in direzione della radice, l’altra direzione è meno promettente, ci troveremmo ad avere a che fare con la cultura, le consuetudini, le abitudini, le regole del vivere civile, le tradizioni, l’innovazione, insomma con materiali assai scivolosi da maneggiare senza le necessarie precauzioni ed avvertenze.

Andare verso la radice è meno rischioso, ci muoviamo nella direzione del gemba, della osservazione dei processi reali: una cosa reale da considerare, da osservare, ce l’abbiamo, anche se questa è una specie di “conversazione asincrona”, il “fatto” da osservare è che ora stai leggendo, qui e ora c’è una “macchina biologica” viva e capace di leggere, quella macchina sei proprio, certamente, assolutamente tu.

Nel momento in cui tu leggi io potrei certamente essere già morto, quello che leggi potrebbe essere la traduzione grafica di un messaggio registrato che ti è arrivato tra le mani e che “hai deciso” di leggere, e questo è un secondo fatto, non osservabile, ma inferibile, congetturabile, frutto di una ipotesi falsificabile… sì, posso metterla giù parecchio dura, ma me ne guarderò bene.

Che c’entra questo? Il fatto che tu sia una macchina biologica vivente, una creatura viva, qui e ora, è indubitabile, fermo e certo. I kaizenisti, da questo punto di partenza, andrebbero a cercare tutt’altro, noi invece cerchiamo di dirci, nel modo più sintetico e veritiero possibile, come mai sei ancora in vita.

Ah sì, lo so, potremmo impiegare ore a descriverci tutto quello che è correlato al nostro riscontro osservazionale, non abbiamo tempo (eh eh), provo a indicarti la strada e a farne con te un pezzetto: sei ancora in vita perché tu (la tua macchina biologica) hai preso decisioni e hai agito sin qui in modo da riuscire a restare in vita.

Ci resta poco tempo, corrispondente a 800 parole circa, come è stato possibile che tu abbia preso quelle decisioni salvifiche e compiuto quelle azioni che ti hanno salvato (sin qui) la vita?

Come prima, anche qui taglio corto: disponi di una rete neurale, la CPU della macchina biologica, disponi di tanti programmi, di tante app, di software neurali che utilizzi per prendere decisioni, per formulare giudizi, e guidare le azioni che compi, questo ti permette di governare finemente l’interazione con il tuo ambiente e sopravvivere, continuare a vivere.

Il fatto che tu abbia avuto successo è provato, oltre ogni ragionevole dubbio, dal fatto osservabile che sei, qui e ora, una creatura vivente: questo prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le tue app, i tuoi software neurali, sono stati, sin qui, efficaci, hanno funzionato bene.

Avrebbe potuto non andare come è andata? Certamente sì, ovviamente sì, ma non è stato così.

I tuoi software neurali si sono rivelati affidabili, “buoni”, efficaci, sicuri, almeno dal punto di vista del riscontro più importante di tutti, qui e ora sei una creatura vivente…. Ah sì, mica ci dimentichiamo del resto, gli altri, i soldi, la popolarità, gli affetti, le relazioni, uhh, c’è un sacco di altra roba, e magari per te la situazione è favorevole anche sotto questi altri importanti aspetti.

Ma basterebbe il primo, gli altri aumentano la forza con cui, più che comprensibilmente, legittimamente, umanamente, proteggi i tuoi buoni software neurali, come tutte le macchine biologiche, tutte le creature viventi fanno.

Sarebbe totalmente insensato non farlo. Alcuni chiamano questo “resistenza al cambiamento”, beh, li detesto, questa è protezione della vita, né più, né meno.

E poi ti arriva qualcuno che ti propone un bel programma di miglioramento continuo, nientemeno microKaizen, suona mica male, vantaggi di qua, vantaggi di là, bello no?

Tu, la tua macchina biologica sa immediatamente che qui c’è un pericolo, un rischio: insomma, del miglioramento continuo della tua vita te ne occupi tutti i giorni, per tutto il tempo, questo è solo un modo per descrivere gli effetti della “spinta alla vita” che tutte le creature viventi, dal virus al homo sapiens subiscono per tutto il loro tempo, lo sappiano o no, lo vogliano o no.

E dato che qui e ora sei una creatura vivente grazie ai tuoi software neurali, quelli che hai già, vabbé, magari ci pensiamo, se abbiamo tempo (eh eh)… e se poi hai avuto anche altre forme e prove di successo (sempre grazie ai software neurali cha hai già), essì, meglio pensarci bene bene, sempre che abbiamo tempo, la vita scorre veloce, siamo sempre in mezzo a tanta di quella roba da fare che metà basta e avanza.

Sono abbastanza sicuro che tutto questo tu non lo hai già pensato, è roba da specialisti-specialisti, anche gli specialisti-una-volta funzionano così, non lo sanno, ma funzionano così…. oh sì, anch’io, specialista-specialista-due-volte funziono così, con la sola piccola differenza che me ne accorgo e so dare un nome e una ragione a quello che succede alla mia macchina biologica, insomma a me.

Questo cambia qualcosa, per te?

Non posso saperlo, io non sono qui, e anche se ci fossi probabilmente non lo saprei lo stesso.

Posso solo dirti che, senza cambiare le priorità, mantenendo inizialmente (poi aumenta) l’attuale produttività, senza ricorrere all’extra-time, il tempo per occuparsi del miglioramento continuo con noi, non sorprendentemente, con il nostro aiuto, salta fuori.

E suggerirti un paio cose, la prima è che non è mai questione di avere o non avere tempo, proprio mai, la seconda è che vale la pena non correre troppo velocemente: vero, i tuoi software neurali si sono dimostrati buoni software, fin qui, puoi aumentare il tuo grado di soddisfazione e trarre beneficio dal miglioramento dei tuoi software e dei software di coloro con cui lavori.

Ah no, prima che tu lo chieda, non si tratta affatto di “time management”, ma di acquisire rapidamente una maggiore abilità di toglierti dai piedi ciò che non ha valore… un piccolo upgrade del software, niente di più.

MUDA – Che cosa li rende invisibili

Ogni persona, nel proprio lavoro, ambisce a generare valore per sè: ricordate quando vi ho chiesto come vi sareste sentiti se allo scadere dei cinque minuti non aveste trovato carta e penna (vedi MUDA – PARTE 1)? Il muda è frustrante, è talmente ovvio ed evidente che non ci viene in mente di domandarci perché… cosa che succede molto spesso con tutto ciò che per noi è ovvio ed evidente.

Forti di questa evidente ovvietà, ci incamminiamo lungo la via sicura della ricerca e della rimozione dei MUDA, questa è la via per migliorare qualsiasi prodotto e sistema produttivo: aumentare valore (unità prodotte ma anche aggiungere funzioni per cui il cliente è disposto a pagare), ed eliminare MUDA.

Muda è criterio inequivocabile, mette in relazione diretta quello che facciamo e quello che usiamo con la persona per cui lo facciamo: il cliente. È talmente fondamentale che Ohno si spinge ad affermare: ‘Consider the waste of overproduction, for example. It is not an exaggeration to say that in a lowgrowth period such waste is a crime against society more than a business loss. Eliminating waste must be a business’s first objective’. Notare il concetto di ‘società’: è qualcosa che ci riguarda TUTTI. E’ un nemico di tutti.

Non si capisce perché la caccia ai MUDA e la loro rimozione non siano da sempre le attività maggiormente sviluppate da tutti gli umani: ma come, rimuove la frustrazione, rende vincenti nella competizione, e, alla fine, protegge la società, protegge tutti noi: poche cose riescono a fare altrettanto, al momento non me ne viene in mente nessuna, che cosa stiamo aspettando?

Negli anni, mi sono imbattuto in una sorprendente difficoltà da parte di tantissime persone ad accettare il concetto di MUDA per quello che è.

Lo confondono con un ‘errore’, o qualcosa che è andato storto, o nei casi migliori accettano il muda solo nei casi in cui già vedono una possibile soluzione per rimuoverlo: la definizione di MUDA è semplicemente assenza di valore (per il cliente!), non ha alcuna relazione con la causa per la quale quello specifico MUDA esiste… e non è neanche che se troviamo un motivo ‘ragionevole’, quel MUDA diventi valore…

Sono proprio i MUDA che oggi non vediamo, e per i quali oggi non abbiamo la più pallida idea di come fare per rimuoverli che nascondono le maggiori potenzialità di miglioramento: che senso ha questa ricorrente confusione, che senso ha la enorme difficoltà che si incontra ad ottenere rapida comprensione e volenteroso impegno?

Le risposte le ho cercate, ho continuato a cercarle per anni, e un po’ alla volta le ho trovate: bravissimo Ohno nell’aver intuito che i MUDA (waste, ci risiamo con la infedele traduzione anglosassone, spreco in giapponese NON è muda, ma mottainai!) sono un crimine contro la società, e, oso io allargare ancora l’orizzonte, sono un crimine contro l’umanità intera… e allora?

Basta forse questo per rimuovere ogni difficoltà e ostacolo? Evidentemente no, ci vuole altro.

Magari scriveremo un capitolo in appendice, intitolato ai MUDA di pensiero, ma ci sono pochi dubbi circa l’esistenza di qualcosa che si oppone strenuamente al kaizen, il cui sintomo, la cui spia, è proprio la difficoltà di presa sulla chiave del MUDA.

Che cosa, dunque, si oppone ad un agile e fruttuosa ricerca, individuazione e rimozione dei muda?

Ad oggi, le migliori risposte che ho trovato provengono da una sofisticata analisi sistemica, che mi ha costretto a riesaminare ciò che all’inizio ho finto di accettare anch’io come ovvio ed evidente: il kaizen dei processi produttivi obbliga a non dare niente per ovvio, per scontato, il kaizen del kaizen non è da meno.

Semplifico il più possibile una parte di ciò che ho trovato: ciascuno di noi è un sistema, vivente, biologico, ma sempre un sistema, siamo enormemente complessi, il nostro funzionamento è indicibilmente complesso, ma non incomprensibile, non misterioso, non più di qualunque altra forma della materia.

Occorre sviluppare uno specifico apprendimento per poter utilizzare pienamente i MUDA, che non riguarda solamente i MUDA (in sé relativamente facili da acchiappare), e che riguarda come il nostro sistema gestisce il miglioramento continuo, che è una delle possibilità che ciascun sistema ha per rispondere alla necessità di sopravvivere, alla spinta alla sopravvivenza.

Come sarebbe a dire, “una delle possibilità”, ci sono forse altre possibilità di rispondere alla necessità di sopravvivere?

Almeno una sì, ce l’abbiamo tutti sotto gli occhi, tutti i giorni: non migliorare, non cambiare nulla, tentare di non cambiare nulla… non è la mia strada, e spero non sia nemmeno la vostra.

Ho trovato due formidabili ordini di fattori, che rendono completamente sensato il blocco al riconoscimento dei Muda ed al miglioramento continuo.

L’intreccio di elementi e di correlazioni è stupefacente, una volta che si sia riusciti a sapere e capire un po’ di più di come funzioniamo: colpa, errore, inadeguatezza, svalutazione e paura di venire espulsi sono le prime elaborazioni che il nostro sistema esegue quando viene chiamato ad occuparsi dei MUDA, eseguendo software neurali in buona parte ereditari.

Questi software neurali li abbiamo tutti, il nostro DNA ce li trasmette, frutto e dono di milioni di anni di evoluzione: tutti questi software neurali hanno protetto e reso possibile la nostra sopravvivenza come specie nel corso di milioni di anni, ed è relativamente facile (non necessariamente breve), individuare sia le “ragioni” della loro configurazione, sia i vantaggi per la sopravvivenza della specie e del singolo, nell’avere a che fare con gli ambienti in cui la nostra specie si è evoluta.

Ambienti che si sono modificati poco per milioni di anni… in poche centinaia di anni l’impatto sull’ambiente della nostra specie, l’unica specie vivente che è stata capace di modificare l’ambiente per renderlo adatto alla propria sopravvivenza su così grande scala, ha reso i nostri vecchi software ereditari sempre più inadatti allo scopo.

Ma sono ancora quelli, i sofware neurali ereditari, a cui tutti ricorriamo primariamente, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, per “guidare” la nostra vita e sopravvivere, con maggiore o minore agio.

Questo è il primo ordine di fattori che ostacolano il riconoscimento dei Muda ed il miglioramento continuo, ce n’è un secondo, come dicevo, vediamolo.

Apprendere è costruire, modificare nuovi software neurali, né più, né meno, processo che avviene sotto le condizioni prescritte dal nostro DNA: ad esempio, una condizione (non è la sola, naturalmente) che deve essere soddisfatta è che il sistema (soggetto singolo, gruppo, organizzazione) accetti e riconosca la necessità di apprendere e cambiare. Attenzione, il termine usato è una chiave precisa, necessità, non opportunità.

Ancora: quando questa condizione sia verificata, è indispensabile essere preparati ad avere a che fare con una vitale necessità di ciascun soggetto vivente, costituita dall’ottenere prova continua del proprio buon funzionamento, che include la costante ricerca di conferma del buon funzionamento (efficacia, efficienza) dei propri software neurali.

Questo, strettamente correlato ai fattori del primo ordine, rende perfettamente sensato sia la “indisponibilità”  a identificare i Muda, sia la loro (inizialmente di sicuro… ma può andare avanti per tutta la vita) conversione in “errore”, o “sfortuna (qualcosa è andato storto)”, sia la limitata disponibilità a riconoscere quelli a cui si sia già trovata la soluzione (ottenimento rapido della conferma del proprio buon funzionamento).

Quello che io stesso, per anni, ho considerato una bizzarria, un non-senso, frutto dell’errore di qualcuno (me incluso, naturalmente, anzi, me per primo), mi è stato possibile trasformarlo in qualcosa di totalmente sensato, e, soprattutto, di affrontabile e migliorabile[i].

E anche questo è kaizen: individuare i muda del processo di abilitazione al kaizen è parte del kaizen del kaizen, reso possibile da una attività che esploreremo tra poco, grasp the problem, con il supporto di un tool ingannevolmente semplice e banale, A3.

[i] Come queste prime due riclassificazioni delle ragioni che ostacolano la caccia ai MUDA possano essere utilizzate per attenuare, se non rimuovere, la diffusa inibizione alla identificazione dei MUDA lo diremo (almeno in parte) in seguito; in verità, alla inibizione della piana e semplice identificazione dei MUDA contribuiscono anche altri fattori,